Il sottosegretario Guerra ha dato parere negativo
all’accantonamento di 150 milioni per strutture di accoglienza da utilizzare
per i portatori di handicap rimasti soli o senza tutele
(leggi qui su Il Fatto Quotidiano)
Che fine
farà mio figlio quando io non ci sarò più? Chi lo assisterà? E’ questa una
delle domande angoscianti che si pongono tutti i genitori che hanno un figlio
disabile, in particolare con disabilità psichiche. La risposta, per ora, non
verrà senz’altro dal Governo, che ha bocciato l’istituzione di un fondo ad hoc,
da 150 milioni di euro, per i disabili gravi nel momento in cui restano senza
familiari che li possano accudire, anche ribattezzato fondo per il ‘dopo di
noi’. Nell’ultima audizione della commissione Affari sociali infatti, Cecilia
Guerra, sottosegretario alle Politiche sociali, ha dato parere negativo al
provvedimento che è all’esame dei deputati dal 2010.
Una
decisione che, oltre a suscitare le critiche bipartisan dei membri della
commissione, ha lasciato di stucco tutti quei genitori che attendevano una
risposta. E non sono pochi. In Italia, secondo i dati del Censis, ci sono 4,1
milioni di persone disabili, pari al 6,7% della popolazione, e 2,6 milioni sono
in condizioni particolarmente gravi, di cui oltre 200mila residenti in presidi
socio-sanitari. “Le famiglie di questi ragazzi – spiega Pietro Barbieri,
presidente della Fish (Federazione italiana superamento handicap – vorrebbero
che i figli, una volta che loro non ci sono più, fossero seguiti in strutture
di tipo familiare, con 6-8 posti letto, e non in residenze socio assistenziali
(rsa) per anziani, dove ci sono molte più persone”. Finora in Italia sono sorte
alcune case per il ‘dopo di noi’, ma in numero insufficiente al fabbisogno. I
finanziamenti nazionali hanno dato il via “a start up – continua Barbieri – ma
se ne sono sviluppate poche, perchè gli enti locali non hanno contribuito. Di
fatto, mentre da Roma in su esistono delle reti, dalla capitale in giù c’è
praticamente il deserto, o molto poco”. Il problema del dopo di noi
riguarderebbe, secondo le stime della Fish, una parte dei 2,6 milioni di
disabili gravi, composti per due terzi da anziani e per un terzo da giovani. “La
questione coinvolge soprattutto quest’ultimo gruppo – continua Barbieri – pari
a circa 860mila persone. Senza contare che, quando i loro genitori invecchiano,
spesso diventano disabili anche loro e le difficoltà aumentano”.
Ma il
sottosegretario, pur riconoscendo il “grande rilievo” del tema affrontato dal
provvedimento, ha dato parere negativo perchè non è “stato seguito il metodo
giusto” per risolvere il problema dell’assistenza a queste persone e ha chiesto
un ripensamento alla Commissione sull’istituzione del fondo, perché è un tema
molto importante “da affrontare però nell’ambito di una politica di
programmazione più generale”. Parole ambigue, secondo i deputati, che avrebbero
preferito una maggiore chiarezza e che il sottosegretario riconoscesse esplicitamente
che non ci sono risorse sufficienti. Da qui l’invito dei democratici
all’esecutivo “a ripensare il parere negativo” e a “tornare in commissione con
una proposta”.
E mentre Giovanni
Pagano, presidente della Fand (Federazione fra le associazioni nazionali
dei disabili) si dice “profondamente deluso” e spera ancora che il governo
cambi idea, magari grazie all’incontro che hanno chiesto proprio con il
sottosegretario Guerra, per Pietro Barbieri ormai “il fondo per il dopo di noi
è defunto. Anche perchè dal 2013 non dovrebbero più esserci fondi nazionali per
le politiche sociali, in virtù del federalismo fiscale. E quindi o si
provvederà con una quota percentuale tramite il federalismo fiscale, o il
sostegno alla disabilità potrà contare solo sulla sensibilità dei Comuni”.
Il problema
è che servono politiche sociali degne di questo nome, “visto che in questo
momento, per via dei tagli decisi dagli ex ministri Tremonti e Sacconi, c’è il
37% delle risorse in meno – aggiunge – Hanno infatti sforbiciato il fondo per
le politiche sociali, passato da 929,3 milioni di euro nel 2008 a meno di 220
milioni nel 2011, e non finanziato quello per la non autosufficienza con un
taglio netto di 400 milioni. E gli effetti iniziano già a vedersi. Il comune di
Torino sta tagliando il 30% dei servizi sociali, così come la Lombardia, mentre
in Campania e nelle altre regioni meridionali si rischia di arrivare al 70% di
tagli. La sostanza è che dallo Stato non arriva più un euro e la spesa per le
politiche sociali che coinvolgono disabili, anziani, minori, rom, ecc ammonta
solo allo 0,4% del Pil”.
Nessun commento:
Posta un commento